Incontro 7.12.2012 – Vademecum dell’esploratore interiore

lo spazio del sè

E’ affascinante constatare con quanti ruoli e immagini di noi stessi dobbiamo identificarci prima di realizzare di essere infinitamente più vasti di qualsiasi ruolo o immagine. Vedere chiaramente l’impossibilità di ricondurci a qualche forma particolare, per quanto sofisticata sia, è il principio del “ritorno a casa”.

Ogni teoria riguardo a noi stessi ed al mondo può essere contraddetta, smentita, superata, sostenuta o avversata. L’unica base indubitabile è il fatto che, in questo preciso istante, ci sia una Consapevolezza Senza Forma che rende possibile e testimonia tutto questo gioco di affermazioni e smentite. Anche se la nego ci sarà comunque qualcosa che è consapevole di questa negazione. Senza questo Substrato Consapevole non ci possono essere nè mondi, nè persone, nè IO, nè dei, nè concetti di Dio. E’ dunque questo Substrato il Supremo, la Sorgente, lo Zero Metafisico. Noi siamo Questo.

Il Sè è come lo spazio. Se cerchi di afferrarlo, circoscriverlo, definirlo ti sfugge. Smaschera questo gioco illusorio e prendi coscienza del fatto che Esso è imperdibile in quanto onnipresente.

ESSERE NON-FORMA

“Il sommo bene è come l’acqua:
l’acqua ben giova alle creature e non contende,
resta nel posto che gli uomini disdegnano.
Per questo è quasi simile al Tao.
Nel ristare si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
Proprio perché non contende
non viene trovata in colpa.”
Tao Te Ching – cap. VIII

Finché ci reputiamo una forma, un corpo, una persona, una personalità, un ruolo non possiamo che percepire la necessità di difenderci o aprirci, perdere o acquisire, progredire o regredire, ecc. Di qui emerge la paura di altre forme o dell’estinzione della forma stessa. Per questo creiamo una serie di nuove forme “soprannaturali” per ovviare alla paura, quali divinità che premiano o puniscono, o tentiamo di eternare la forma attraverso opere “immortali” nell’aldiquà e paradisi o inferni nell’aldilà. L’identificazione con una forma è infatti paura e debolezza. Ci “perdiamo” nel limitato, esperienza affascinante eppure sofferente in quanto innaturale, nel senso di non adatto alla nostra vera natura.

Risvegliarci al fatto di essere una Realtà Senza Forma è la realizzazione di essere sostanzialmente invincibili, invulnerabili. Solo le forme possono infatti contrapporsi, essere ferite, combattere o venire sconfitte. Noi siamo invece come lo spazio, il vento, l’acqua. Come possono essere combattuti, feriti o sconfitti? Neanche le più imponenti montagne possono resistere all’erosione continua del vento e dell’acqua. Le montagne, le colline, le case, gli alberi, le persone possono apparire e scomparire ma lo Spazio è sempre lì, incondizionato. Questa è la “dolce potenza” di ciò che non ha forma rispetto alla forma, l’invulnerabilità dell’ineffabile: la “resa invincibile” della Non-Forma sulla Forma.

Oltre la sofferenza psicologica

“Vedere chiaramente il disordine è già di per se stesso ordine”
J. Krishnamurti

Se osserviamo bene la sofferenza psicologica è sempre il prodotto del nostro opporci a ciò che è. Si presentano situazioni, pensieri, sensazioni che per vari motivi non vogliamo e, attraverso questa opposizione, forniamo loro energia facendoli diventare piano piano “mostri” che monopolizzano la nostra mente. Allora, attraverso varie pratiche, cerchiamo di superare questa “infestazione mentale” che produce sofferenza, ma in questo modo soffriamo sempre di più perchè il dolore si nutre di conflitto e separazione, del nostro opporci ad esso. Invece se accogliamo ciò che accade senza nè opporci nè attaccarci, limitandoci a viverlo per quello che è, ovvero qualcosa di effimero e mutevole, la mente diventa istantaneamente più chiara.
E questa chiarezza mentale ci può senza dubbio essere d’aiuto per pre-sentire che la nostra vera natura è quella base consapevole, incondizionata, eternamente in pace e in silenzio, su cui tutto questo spettacolo di pensieri, percezioni, piaceri e dolori fluisce. Qualunque cosa accada siamo, sempre e comunque, l’Incondizionato. Allora l’esistenza cambia totalmente. Non ci sono più problemi e sofferenze psicologiche. C’è solo ciò che accade e la Realtà silenziosa ed incondizionata che lo testimonia e lo sostanzia.

Azioni

ImageNon esistono azioni giuste o sbagliate. C’è solo l’azione che accade che è necessariamente l’azione più appropriata alla circostanza, al naturale evolversi degli eventi, al manifestarsi impersonale del grande spettacolo della manifestazione. In sostanza ciò che accade è ciò che deve accadere. L’esistenza infatti si muove infatti per necessita’…. Niente di più e niente di meno. Perchè dunque tormentarsi con rimorsi e rimpianti?

Coscienza, Testimone e Consapevolezza

“Qual è la differenza tra la consapevolezza e l’essere testimone? 
C’è una grande differenza tra consapevolezza e l’essere testimone. L’essere testimone è ancora un’azione; c’è qualcuno che lo sta facendo, l’ego è lì presente. Per cui il fenomeno dell’essere testimone è diviso tra soggetto e oggetto.
Essere testimone è una relazione tra soggetto e oggetto. La consapevolezza è completamente priva di soggettività e oggettività. Nella consapevolezza non c’è nessuno che sia testimone; non c’è nessuno che sia testimoniato. La consapevolezza è un atto totale, integrato; il soggetto e l’oggetto non hanno nessuna relazione con essa; sono dissolti. Quindi consapevolezza non significa che ci sia qualcuno che è consapevole, nè che ci sia qualcosa a cui prestare attenzione.
La consapevolezza è totalità, è soggettività totale e oggettività totale uniti in un unico fenomeno – mentre nell’essere testimone esiste una dualità tra soggetto e oggetto. La consapevolezza è un non fare, l’essere testimone implica qualcuno che fa. Ma attraverso l’essere testimone è possibile arrivare alla consapevolezza, perché essere testimone è un atto, ma conscio. Si può fare qualsiasi cosa e non essere – la nostra attività ordinaria è attività inconscia, ma se ne diventi consapevole questo diventa essere testimone. Quindi tra l’attività ordinaria inconscia e la consapevolezza esiste un salto che può essere colmato con l’essere testimone.
L’essere testimone è una tecnica, un metodo verso la consapevolezza. 

Non è consapevolezza ma, se paragonata all’ ordinaria attività inconscia è un gradino più alto. Qualcosa è cambiato: l’attività è diventata conscia, l’incoscienza è stata sostituita dalla coscienza.
Ma c’è ancora qualcosa da conquistare cioè l’attività deve essere sostituita dall’ inattività. Quello sarà il secondo gradino. E’ difficile saltare dall’ attività ordinaria inconscia alla consapevolezza. E’ possibile ma difficile per cui è utile che ci sia un gradino in mezzo. Se uno inizia dall’ attività conscia dell’essere testimone, allora il salto è più facile, cioè il salto nella consapevolezza senza nessun oggetto conscio, senza nessun soggetto conscio, senza nessuna attività conscia.

Questo non significa che la consapevolezza non sia coscienza; è pura coscienza ma non vi è nessuno che sia conscio di essa. 

C’è una ulteriore differenza tra coscienza e consapevolezza.
La coscienza è una qualità della mente ma non è la mente in toto.  La mente può essere conscia o inconscia ma quando trascendi la mente non c’è inconscio. E neanche una coscienza corrispondente. C’è consapevolezza.

Consapevolezza vuol dire che la totalità della mente è diventata consapevole. Ora  la vecchia mente non esiste più ma c’è la qualità dell’essere conscio. La consapevolezza è diventata totale, la mente in se stessa è diventata parte della consapevolezza. Non si può dire che la mente è consapevole, si può solo dire in un modo significativo che la mente è conscia. Consapevolezza vuol dire trascendere la mente, per cui non è la mente ad essere consapevole. E’ solo trascendendo la mente, andando oltre la mente che è possibile la consapevolezza.
La coscienza è una qualità della mente, la consapevolezza è il trascendere, è andare oltre la mente. La mente come tale è in mezzo alla dualità, quindi la coscienza non può mai trascendere la dualità. E’ sempre conscia di qualcosa, c’è sempre qualcuno che è conscio. La coscienza quindi è una parte, un frammento della mente e la mente come tale è la sorgente di ogni dualità, di ogni divisione. Divisione tra soggetto e oggetto, attività e inattività, coscienza e incoscienza. Ogni tipo di dualità è mentale. La consapevolezza è non duale, quindi significa stato di non mente.

Quindi qual è la relazione tra la coscienza e l’essere testimone? Essere testimoni è uno stato, la coscienza è un mezzo verso l’essere testimoni. Se uno inizia ad essere conscio, si arriva all’essere testimone. Se uno inizia ad essere conscio delle proprie azioni, conscio degli avvenimenti delle giornate, giorno per giorno, conscio di tutto ciò che è intorno, allora inizia ad essere testimone.
L’essere testimone arriva come una conseguenza dell’essere consci. Non si può praticare l’essere testimoni, si può solo praticare l’essere consci. Lo stato di testimone arriva come conseguenza, come un’ombra, un risultato, un prodotto.
Più diventi conscio più vai verso lo stato di testimone.

Quindi essere consci è un metodo per arrivare alla consapevolezza. E il secondo passo è che l’essere testimone diventa un metodo per arrivare alla consapevolezza.

Ci sono quindi tre gradini: coscienza, essere testimone, consapevolezza.
Ma lo spazio in cui ci troviamo di solito è il gradino più basso cioè quello dell’attività inconscia. L’attività inconscia è lo stato abituale della nostra mente.
Attraverso l’essere consci si può arrivare ad essere testimoni, e attraverso l’essere testimoni si può arrivare alla consapevolezza e, attraverso la consapevolezza si può ottenere il “non-ottenere”.Attraverso la consapevolezza si può ottenere tutto quello che è già stato ottenuto. Al di là della consapevolezza non c’è nulla, la consapevolezza è alla fine.

La consapevolezza è al termine del progresso spirituale. 
Nella consapevolezza si perde il testimone e rimane solo il testimoniare, si perde colui che fa, si perde la soggettività, si perde la coscienza egocentrica. A quel punto rimane solo la coscienza senza l’ego. Rimane la circonferenza senza il centro. La circonferenza senza il centro è consapevolezza. Coscienza senza alcun centro, senza alcuna sorgente, senza motivazione, senza una sorgente da cui derivare – una coscienza senza sorgente – questa è consapevolezza.  Quindi ci si muove dall’esistenza inconsapevole, che è la materia, prakriti, verso la consapevolezza.
Potete chiamarlo “il divino”, “la divinità” o in qualunque modo volete; tra la materia e il divino la differenza sta sempre nella consapevolezza.”

tratto da Osho: Meditation: The Art of Ecstasy


La resa

Se la resa alla Vita è frutto di uno sforzo o una di una volontà, non ha nulla di autentico perchè è espressione sempre e comunque di ciò che si oppone alla resa stessa, ovvero della coscienza egoica, identificata. Questo tipo di resa non scalfisce minimamente i meccanismi base dell’illusione. L’unica resa autentica è quella che accade da sè, spesso a causa di situazioni drammatiche. Questo tipo di resa è abbandono della Coscienza a Se Stessa, pace senza limiti che permea qualsiasi tempesta, dissolvimento del movimento di qualcuno che si oppone o reagisce a qualcosa o qualcun altro. Vedere chiaramente questo è già l’inizio della resa stessa.

Semplicità

La Semplicità non ha nulla a che vedere con l’ignoranza, soprattutto della nostra vera natura, che non è poi così beata come alcuni affermano.
Non è neppure la sofisticata umiltà del religioso, che si sforza di essere “primo” nella semplicità, confidando in qualche ricompensa futura e traguardo mistico.
La Semplicità non può essere frutto di nessuna pratica, nessuno sforzo, nessuna intenzione, nessuna dottrina ascetica o minimalista, per il semplice fatto che tutto ciò che può fare lo sforzo è rendere la confusione ancora più confusa, dilaniare ulteriormente una mente già pregna di conflitti. Che pace, silenzio e chiarezza ci possono essere in una mente dilaniata dallo sforzo? Ed una mente inquieta, rumorosa e confusa è impermeabile alla Semplicità.
La Semplicità è proprio ciò che emerge quando l’intero movimento di qualcuno che si sforza di fare qualcosa, compreso l’essere semplice, si dissolve.
La Semplicità è la chiarezza non-nata che riaffiora quando il castello di carte mentale su cui strutturiamo e complichiamo sofferentemente l’esistenza implode su se stesso.
La Semplicità è Conoscenza fondata sul Non-Sapere.
Per questo non si può costruire la Semplicità. E invece ciò che resta al termine di un radicale, spesso doloroso, processo di sottrazione.
La Semplicità è il vento limpido che soffia sulle rovine della complessità, della dualità e della frammentazione.
E’ Pace, totale intimità con ciò che è, senza filtri.
E’ Amore incondizionato per la vita, lì dove tutte le nostre religioni, filosofie, dottrine e ideologie sono una fuga da essa. E’ presenza vigile, non-nata, senza sforzo, meditazione che abbraccia l’intera esistenza.
La Semplicità è tutto questo ma nello stesso tempo niente di questo.

La Semplicità “semplicemente” E’.

Punto.

Sul Risveglio

Si parla ovunque di Illuminazione, Risveglio, Satori, Liberazione, Moksha,ecc…. Ma di che cosa realmente si tratta?

Ciò che vedo con chiarezza è la sostanziale impossibilità di ridurre totalmente questa cosa (o meglio Non-Cosa) a una qualche definizione, circorscriverla all’interno di un qualche orizzonte concettuale. Ogni volta che si tenta di farlo si incorre inevitabilmente in fuorvianti semplificazioni. Questo tuttavia non implica che si possa tentare di “suggerirla”, evocarla, rimandare ad essa attraverso il linguaggio, a patto di essere fermamente consapevoli che il dito non è la Luna. Tuttavia se non ci fossero dita ad indicare la Luna sarebbe molto più difficile vedere la luna stessa. 🙂

Dunque cosa si può dire a proposito di questa Non-Cosa chiamata Risveglio?

Non è un’esperienza, che per sua natura è transitoria in quanto ha un principio, una durata e una fine. E non è neppure uno stato che si raggiunge, si perde o si mantiene. Non è il raggiungimento di una perfezione ideale del corpo-mente, di una immagine-condizione di Buddha su una nuvoletta perennemente beato e compassionevole. Come può infatti l’Incondizionato essere ridotto a condizione?? La Non-Immagine ridotta ad immagine? Non è qualcosa che riguarda il piano psichico, ma è apertura alla Realtà che lo contiene lo trascende. Può modificare sostanzialmente il piano psichico ma non è del piano psichico.

Il Risveglio è realizzazione, diretta, totale ed immediata di essere questo Non-Stato, questo Indefinibile, questo Vuoto cosciente in cui l’intero universo appare. Risveglio è Non-Forma Consapevole che si risveglia a Se Stessa, dopo anni o vite di identificazione con uno o infiniti corpi.
Questo produce una naturale disidentificazione con il corpo-mente, che rimane quello che è, ovvero un prezioso veicolo che fa il suo corso, continuando ad esprimere i suoi limiti intrinseci, la sua mortalità, i suoi istinti, la sua immaginazione, ecc. La differenza è che tutte queste cose non vengono più vissute con un filtro, come un problema o un vantaggio, come buone o cattive, ma sperimentate e vissute in modo diretto, non-mediato.

Per questo Risveglio è anche intimità totale con ciò che è, crollo totale di qualsiasi infrastruttura concettuale che imbriglia l’ineffabile vastità dell’esistenza.

Il Risveglio è DALLA persona non DELLA persona. Avviene nell’essere umano ma non è dell’essere umano. E’ un evento di Amore dell’Impersonale con Se Stesso. Può trasformare l’essere umano ma non è più lui il “centro”.
Risveglio è la dolce fine di questo qualcuno che vuole raggiungere il risveglio stesso, lo status di iscritto nel club degli illuminati, bodhisattva, acharya, ecc. Dissolto il cercatore si esaurisce anche la ricerca, che è niente più che un abbaglio concettuale prodotto dal sogno della separazione.

Risveglio è dimorare nel Non-Stato, nel Non-Sapere, nella Non-Forma in totale intimità con ogni stato, sapere e forma. Non è acquisire conoscenze ma essere Conoscenza.

Crollato il castello di carte concettuale rimane la Vita, che è totale intimità con ciò che è, unità organica, intelligenza impersonale, celebrazione ordinaria, Amore.

Queste definizioni sono inevitabilmente imperfette e limitate. Sono dita traballanti che indicano una Luna Infinita, oscura come lo Spazio, impermeabile a qualsiasi confine e griglia. Eppure questa Luna è abbagliante come il Sole e più semplice ed ordinaria di un respiro. Ma non c’è nulla di più difficile dell’assolutamente semplice.

Conoscenza relativa e conoscenza assoluta

296830_10150420650199328_762564327_10151036_1225939577_nNella conoscenza relativa, "esteriore", si accumulano saperi, esperienze e scoperte. Nella conoscenza assoluta, "interiore", si toglie, si smaschera ciò che è falso, ci si disidentifica. La conoscenza relativa ha come oggetto l'universo che è infinito, mentre la conoscenza assoluta ha come non-oggetto lo ZERO in cui l'intero universo emerge. La prima richiede tempo infinito mentre la seconda non può che essere diretta ed immediata. Se qualcuno non la considera tale, è perchè, per superficialità o ignoranza, fa confusione tra i due tipi di conoscenza. 

Pensare di conoscere la complessità dell'universo in un'istante non ha senso, esattamente come lo è ritenere che la realizzazione della nostra vera natura implichi un accumulo infinito di tecniche, pratiche, conoscenze, ecc. Non si giunge infatti a ciò che realmente siamo, perchè è già qui. Tutta la conoscenza che possiamo accumulare riguardo a noi stessi è sempre di natura relativa, comprese quelle considerate più "alte", quelle di tipo advaitico, ermetico, ecc. Non possiamo infatti essere ridotti a oggetto di conoscenza concettuale. Possiamo solo prendere coscienza intuitiva di ciò che siamo attraverso un drastico e radicale processo di "sottrazione".

ESSERE CONOSCENZA, non accumulare conoscenze.