Incontro 7.12.2012 – Vademecum dell’esploratore interiore

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Tu sei il Supremo

Tu non sei un povero peccatore perso per una valle di lacrime che elemosina qualche frammento di grazia e di luce. L’idea di ritenersi un’entità limitata e separata dal resto del mondo: ecco l’illusione più radicata. La tua Vera Natura è il Supremo che fa esperienza di questo e infiniti altri mondi attraverso innumerevoli corpi ed esseri. Ricordati Chi sei ed ogni paura psicologica e mancanza giungerà alla sua estinzione. Questa realizzazione è un accadimento impersonale che può avvenire in infiniti modi perchè la Realtà Ultima è ovunque eppure irriducibile ad alcun oggetto o concetto limitato. Tuttavia non c’è approccio più diretto ad Essa dell’autoindagine (Atma-Vichara).

Tripura Rahasaya

“Dimmi dunque dove non trovi questa Suprema Coscienza simile all’incendio che divora ogni cosa alla fine di ogni periodo cosmico?
E’ lei che rende simile a se stessa tutte le nostre attività, sia corporali che mentali, esattamente come il fuoco, consumando ogni varietà di legno, dal fico al sandalo, li rende simili a se stesso.
Chi ha compreso questa verità non sente più la minima inclinazione ad aprire o chiudere gli occhi. Abbandona dunque la pretesa di identificarti con questa coscienza per mezzo di un controllo delle attività mentali. Spezza ugualmente il nodo che consiste nel credere che il dispiegamento cosmico sia qualcosa di diverso da ciò che costituisce la tua vera essenza. Questo universo tutto intero si riflette nella coscienza come il cielo immenso si riflette in uno specchio largo come una mano. Realizza questo e poi comportati come una persona ordinaria. Non ritirarti in solitudine, rimani dove sei e abbandona anche il sentimento di raggiungere la Coscienza Assoluta.”

da Dattatreya – Tripura Rahasaya, La Dottrina segreta della Dea Durga

VADEMECUM DEL SONNO

Possiamo constatare che siamo ancora “dormienti”:
– se ci sono ancora dubbi su ciò che siamo realmente;
– se siamo legati a un’idea, ad un’immagine di noi stessi;
– se è ancora presente il senso di qualcuno che deve comprendere, realizzare, diventare qualcosa;
– se ci chiediamo: “Ho realizzato o no?”;
– se c’è ancora ricerca, più o meno conscia;
– se diamo patentini e certificati in giro di illuminazione o mancata illuminazione. Ci poniamo dunque le annose domande: “Questo o quel maestro è veramente un realizzato? Come dovrebbe comportarsi un realizzato? “;
– se pensiamo ancora che esistano realmente un Dio, un mondo, esseri “altri” da noi;
– se c’è ancora il senso di essere colui che agisce;
– se c’è ancora attaccamento al frutto delle azioni;
– se crediamo ancora nel karma, nel fatto che ci sia qualcuno che accumuli meriti e demeriti in virtù dei quali vada in paradiso, all’inferno o rinasca in modo più o meno “favorevole”;
– se abbiamo ancora paura di morire: questa è la “suprema cartina tornasole”.

lo spazio del sè

E’ affascinante constatare con quanti ruoli e immagini di noi stessi dobbiamo identificarci prima di realizzare di essere infinitamente più vasti di qualsiasi ruolo o immagine. Vedere chiaramente l’impossibilità di ricondurci a qualche forma particolare, per quanto sofisticata sia, è il principio del “ritorno a casa”.

Ogni teoria riguardo a noi stessi ed al mondo può essere contraddetta, smentita, superata, sostenuta o avversata. L’unica base indubitabile è il fatto che, in questo preciso istante, ci sia una Consapevolezza Senza Forma che rende possibile e testimonia tutto questo gioco di affermazioni e smentite. Anche se la nego ci sarà comunque qualcosa che è consapevole di questa negazione. Senza questo Substrato Consapevole non ci possono essere nè mondi, nè persone, nè IO, nè dei, nè concetti di Dio. E’ dunque questo Substrato il Supremo, la Sorgente, lo Zero Metafisico. Noi siamo Questo.

Il Sè è come lo spazio. Se cerchi di afferrarlo, circoscriverlo, definirlo ti sfugge. Smaschera questo gioco illusorio e prendi coscienza del fatto che Esso è imperdibile in quanto onnipresente.

ESSERE NON-FORMA

“Il sommo bene è come l’acqua:
l’acqua ben giova alle creature e non contende,
resta nel posto che gli uomini disdegnano.
Per questo è quasi simile al Tao.
Nel ristare si adatta al terreno,
nel volere s’adatta all’abisso,
nel donare s’adatta alla carità,
nel dire s’adatta alla sincerità,
nel correggere s’adatta all’ordine,
nel servire s’adatta alla capacità,
nel muoversi s’adatta alle stagioni.
Proprio perché non contende
non viene trovata in colpa.”
Tao Te Ching – cap. VIII

Finché ci reputiamo una forma, un corpo, una persona, una personalità, un ruolo non possiamo che percepire la necessità di difenderci o aprirci, perdere o acquisire, progredire o regredire, ecc. Di qui emerge la paura di altre forme o dell’estinzione della forma stessa. Per questo creiamo una serie di nuove forme “soprannaturali” per ovviare alla paura, quali divinità che premiano o puniscono, o tentiamo di eternare la forma attraverso opere “immortali” nell’aldiquà e paradisi o inferni nell’aldilà. L’identificazione con una forma è infatti paura e debolezza. Ci “perdiamo” nel limitato, esperienza affascinante eppure sofferente in quanto innaturale, nel senso di non adatto alla nostra vera natura.

Risvegliarci al fatto di essere una Realtà Senza Forma è la realizzazione di essere sostanzialmente invincibili, invulnerabili. Solo le forme possono infatti contrapporsi, essere ferite, combattere o venire sconfitte. Noi siamo invece come lo spazio, il vento, l’acqua. Come possono essere combattuti, feriti o sconfitti? Neanche le più imponenti montagne possono resistere all’erosione continua del vento e dell’acqua. Le montagne, le colline, le case, gli alberi, le persone possono apparire e scomparire ma lo Spazio è sempre lì, incondizionato. Questa è la “dolce potenza” di ciò che non ha forma rispetto alla forma, l’invulnerabilità dell’ineffabile: la “resa invincibile” della Non-Forma sulla Forma.

Azioni

ImageNon esistono azioni giuste o sbagliate. C’è solo l’azione che accade che è necessariamente l’azione più appropriata alla circostanza, al naturale evolversi degli eventi, al manifestarsi impersonale del grande spettacolo della manifestazione. In sostanza ciò che accade è ciò che deve accadere. L’esistenza infatti si muove infatti per necessita’…. Niente di più e niente di meno. Perchè dunque tormentarsi con rimorsi e rimpianti?

Coscienza, Testimone e Consapevolezza

“Qual è la differenza tra la consapevolezza e l’essere testimone? 
C’è una grande differenza tra consapevolezza e l’essere testimone. L’essere testimone è ancora un’azione; c’è qualcuno che lo sta facendo, l’ego è lì presente. Per cui il fenomeno dell’essere testimone è diviso tra soggetto e oggetto.
Essere testimone è una relazione tra soggetto e oggetto. La consapevolezza è completamente priva di soggettività e oggettività. Nella consapevolezza non c’è nessuno che sia testimone; non c’è nessuno che sia testimoniato. La consapevolezza è un atto totale, integrato; il soggetto e l’oggetto non hanno nessuna relazione con essa; sono dissolti. Quindi consapevolezza non significa che ci sia qualcuno che è consapevole, nè che ci sia qualcosa a cui prestare attenzione.
La consapevolezza è totalità, è soggettività totale e oggettività totale uniti in un unico fenomeno – mentre nell’essere testimone esiste una dualità tra soggetto e oggetto. La consapevolezza è un non fare, l’essere testimone implica qualcuno che fa. Ma attraverso l’essere testimone è possibile arrivare alla consapevolezza, perché essere testimone è un atto, ma conscio. Si può fare qualsiasi cosa e non essere – la nostra attività ordinaria è attività inconscia, ma se ne diventi consapevole questo diventa essere testimone. Quindi tra l’attività ordinaria inconscia e la consapevolezza esiste un salto che può essere colmato con l’essere testimone.
L’essere testimone è una tecnica, un metodo verso la consapevolezza. 

Non è consapevolezza ma, se paragonata all’ ordinaria attività inconscia è un gradino più alto. Qualcosa è cambiato: l’attività è diventata conscia, l’incoscienza è stata sostituita dalla coscienza.
Ma c’è ancora qualcosa da conquistare cioè l’attività deve essere sostituita dall’ inattività. Quello sarà il secondo gradino. E’ difficile saltare dall’ attività ordinaria inconscia alla consapevolezza. E’ possibile ma difficile per cui è utile che ci sia un gradino in mezzo. Se uno inizia dall’ attività conscia dell’essere testimone, allora il salto è più facile, cioè il salto nella consapevolezza senza nessun oggetto conscio, senza nessun soggetto conscio, senza nessuna attività conscia.

Questo non significa che la consapevolezza non sia coscienza; è pura coscienza ma non vi è nessuno che sia conscio di essa. 

C’è una ulteriore differenza tra coscienza e consapevolezza.
La coscienza è una qualità della mente ma non è la mente in toto.  La mente può essere conscia o inconscia ma quando trascendi la mente non c’è inconscio. E neanche una coscienza corrispondente. C’è consapevolezza.

Consapevolezza vuol dire che la totalità della mente è diventata consapevole. Ora  la vecchia mente non esiste più ma c’è la qualità dell’essere conscio. La consapevolezza è diventata totale, la mente in se stessa è diventata parte della consapevolezza. Non si può dire che la mente è consapevole, si può solo dire in un modo significativo che la mente è conscia. Consapevolezza vuol dire trascendere la mente, per cui non è la mente ad essere consapevole. E’ solo trascendendo la mente, andando oltre la mente che è possibile la consapevolezza.
La coscienza è una qualità della mente, la consapevolezza è il trascendere, è andare oltre la mente. La mente come tale è in mezzo alla dualità, quindi la coscienza non può mai trascendere la dualità. E’ sempre conscia di qualcosa, c’è sempre qualcuno che è conscio. La coscienza quindi è una parte, un frammento della mente e la mente come tale è la sorgente di ogni dualità, di ogni divisione. Divisione tra soggetto e oggetto, attività e inattività, coscienza e incoscienza. Ogni tipo di dualità è mentale. La consapevolezza è non duale, quindi significa stato di non mente.

Quindi qual è la relazione tra la coscienza e l’essere testimone? Essere testimoni è uno stato, la coscienza è un mezzo verso l’essere testimoni. Se uno inizia ad essere conscio, si arriva all’essere testimone. Se uno inizia ad essere conscio delle proprie azioni, conscio degli avvenimenti delle giornate, giorno per giorno, conscio di tutto ciò che è intorno, allora inizia ad essere testimone.
L’essere testimone arriva come una conseguenza dell’essere consci. Non si può praticare l’essere testimoni, si può solo praticare l’essere consci. Lo stato di testimone arriva come conseguenza, come un’ombra, un risultato, un prodotto.
Più diventi conscio più vai verso lo stato di testimone.

Quindi essere consci è un metodo per arrivare alla consapevolezza. E il secondo passo è che l’essere testimone diventa un metodo per arrivare alla consapevolezza.

Ci sono quindi tre gradini: coscienza, essere testimone, consapevolezza.
Ma lo spazio in cui ci troviamo di solito è il gradino più basso cioè quello dell’attività inconscia. L’attività inconscia è lo stato abituale della nostra mente.
Attraverso l’essere consci si può arrivare ad essere testimoni, e attraverso l’essere testimoni si può arrivare alla consapevolezza e, attraverso la consapevolezza si può ottenere il “non-ottenere”.Attraverso la consapevolezza si può ottenere tutto quello che è già stato ottenuto. Al di là della consapevolezza non c’è nulla, la consapevolezza è alla fine.

La consapevolezza è al termine del progresso spirituale. 
Nella consapevolezza si perde il testimone e rimane solo il testimoniare, si perde colui che fa, si perde la soggettività, si perde la coscienza egocentrica. A quel punto rimane solo la coscienza senza l’ego. Rimane la circonferenza senza il centro. La circonferenza senza il centro è consapevolezza. Coscienza senza alcun centro, senza alcuna sorgente, senza motivazione, senza una sorgente da cui derivare – una coscienza senza sorgente – questa è consapevolezza.  Quindi ci si muove dall’esistenza inconsapevole, che è la materia, prakriti, verso la consapevolezza.
Potete chiamarlo “il divino”, “la divinità” o in qualunque modo volete; tra la materia e il divino la differenza sta sempre nella consapevolezza.”

tratto da Osho: Meditation: The Art of Ecstasy


La resa

Se la resa alla Vita è frutto di uno sforzo o una di una volontà, non ha nulla di autentico perchè è espressione sempre e comunque di ciò che si oppone alla resa stessa, ovvero della coscienza egoica, identificata. Questo tipo di resa non scalfisce minimamente i meccanismi base dell’illusione. L’unica resa autentica è quella che accade da sè, spesso a causa di situazioni drammatiche. Questo tipo di resa è abbandono della Coscienza a Se Stessa, pace senza limiti che permea qualsiasi tempesta, dissolvimento del movimento di qualcuno che si oppone o reagisce a qualcosa o qualcun altro. Vedere chiaramente questo è già l’inizio della resa stessa.