VADEMECUM DEL SONNO

Possiamo constatare che siamo ancora “dormienti”:
– se ci sono ancora dubbi su ciò che siamo realmente;
– se siamo legati a un’idea, ad un’immagine di noi stessi;
– se è ancora presente il senso di qualcuno che deve comprendere, realizzare, diventare qualcosa;
– se ci chiediamo: “Ho realizzato o no?”;
– se c’è ancora ricerca, più o meno conscia;
– se diamo patentini e certificati in giro di illuminazione o mancata illuminazione. Ci poniamo dunque le annose domande: “Questo o quel maestro è veramente un realizzato? Come dovrebbe comportarsi un realizzato? “;
– se pensiamo ancora che esistano realmente un Dio, un mondo, esseri “altri” da noi;
– se c’è ancora il senso di essere colui che agisce;
– se c’è ancora attaccamento al frutto delle azioni;
– se crediamo ancora nel karma, nel fatto che ci sia qualcuno che accumuli meriti e demeriti in virtù dei quali vada in paradiso, all’inferno o rinasca in modo più o meno “favorevole”;
– se abbiamo ancora paura di morire: questa è la “suprema cartina tornasole”.

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Elogio dell’Otium

gatto_che_prende_il_sole_3-530x397"Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo." Oscar Wilde

Meglio essere inefficientemente liberi che produttivamente schiavi. 
Ci sono ottimi motivi per rivendicare l'importanza di sospendere il fare per lasciare spazio all'Essere ed aprirsi alla Conoscenza. 
I latini elogiavano l'OTIUM che non era il padre dei vizi (come oggi lo si intende ndr) ma il dedicare spazio a se stessi, all'interiorità, alla Conoscenza. L'otium si contrapponeva al NEGOTIUM, ovvero il dedicarsi agli affari che ha come funzione il semplice sostentamento, l'avere, l'acquisire. L'otium invece si riferiva alla sfera dell'Essere, ponendosi come necessaria compensazione alla sfera dell'agire mondano. 

La mesta ignoranza del sistema sociale contemporaneo (in buona parte mutuato dagli USA e dall'avida e ignorante etica protestante) si misura da come sia totalmente perso nel negotium e nell'idolatria dell'efficienza, del profitto, della produttività, della competizione. Se non fai e non produci vieni considerato un un parassita, un reietto, un rinnegato dalla grazia di Dio (per i protestanti) o un morto sociale. 
Peccato che i veri morti semoventi siano proprio i crociati di questo sistema di iper-produzione di idee, beni, credenze, gingilli in larghissima parte superflui se non nocivi. Si sono talmente immedesimati nella loro vita zelante da schiavi, stressata ma produttiva, da ritenere che essa sia la più alta forma di libertà e di affermazione della dignità umana. Dietro alla mania di fare non si cela altro che la paura di fermarsi un attimo e vedere il carcere nel quale ci si è rinchiusi. E le sbarre non sono mai una bella vista per i reclusi. Meglio continuare febbrilmente ad arricchire, decorare e dotare di ogni comfort l'interno di una prigione a cui è stato dato sarcasticamente il nome di "liberismo", forse in implicito omaggio alla scritta "Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi", che accoglieva i nuovi detenuti di Auschwitz. Mi sembra sempre meno una semplice coincidenza. 
Puoi essere anche la persona più in pace, compassionevole e felice di questo mondo ma se non ti fai il mazzo, se non produci ricchezza, sei un fallito, un pelandrone o, come qualche neo-guru grottescamente afferma, un "malato spirituale".

La parola d'ordine è produttività anche in vacanza! Bisogna "sfruttare" al meglio tutto il tempo "libero" che ci siamo alacremente "guadagnati"! Fare, fare, fare, dalla prima mattina a tarda notte! Quanti turisti compulsivi si vedono in giro che non si danno pace finchè non esauriscono la lista delle attrazioni stereotipate segnalate dalla guida! Visitano tutto ma in definitiva non gustano nulla perché sono molto più concentrati sul fare e sull'acquisire che sul gustare ciò che stanno vedendo. Solo quando l'avere e l'acquisire lasciano spazio all'Essere possiamo realmente tornare a gustare e meravigliarci per qualcosa. Si cessa di visitare e si ricomincia a "vedere". 
Lo stesso sistema produttivistico ha invaso anche la ricerca spirituale. Ecco dunque che ai fini dell'illuminazione è diventato un imperativo farsi il mazzo, fare ritiri tostissimi ed intensivi, saltare e ballare per ore, storpiarsi il corpo nelle posture più esotiche, ecc. Bisogna infatti "acquisire" l'illuminazione come fosse una qualsiasi merce. L'unica differenza è che si ritiene che questa non si possa pagare solo in soldi ma anche, e soprattutto, in esperienze. Dunque più esperienze mistiche mi induco attraverso varie pratiche, più "investo" in corsi costosi, più acquisirò bonus nel mio viaggio verso l'illuminazione. Ecco la spiritualità degli schiavi-discepoli e degli schiavi-guru, sempre attenti al profitto, all'efficienza ed alla produttività delle loro pratiche, viaggi, ashram e chiese. 

Tuttavia è proprio il concetto di qualcuno che compie qualcosa ad essere uno dei maggiori ostacoli al risveglio. 
Illuminazione è proprio il dissolvimento del senso di essere qualcuno che vuole ottenere l'illuminazione. Riguarda l'ambito dell'Essere, non dell'avere. Non si può "acquisire" l'illuminazione. Essa ha a che fare con il "togliere", non con l'ottenere. Per questo nell'attuale spiritual-supermarket c'è enorme ignoranza. L'avere e l'ottenere hanno quasi totalmente soffocato l'Essere. 

E la ruota del dolore gira più che mai nel grande carcere della società del fare e dell'avere. Tuttavia permane una gioiosa, pacifica, giocosa ed "oziosa" resistenza che è la vera speranza per questa umanità reclusa. 

La porta della cella è spalancata. Ma siamo troppo impegnati a imbellettare la cella o a fantasticare un mondo al di fuori delle sbarre per rendercene conto. E riprendere coscienza di una libertà che non è stata mai perduta. In un istante.

Il Risveglio riportato alla sua naturale semplicità

enlightenment-2La nostra Vera Natura (Sè, Pura Consapevolezza, Brahman, Spirito Originario, Natura-Buddha, ecc.) non può essere nè posseduta, nè sviluppata, nè costruita, nè conosciuta come oggetto di conoscenza, nè sperimentata come oggetto di esperienza. 
Che lo accettiamo o meno, che lo sappiamo o meno, noi siamo già Quello, e realizzazione-risveglio significa presa di coscienza permanente di ciò che siamo sempre stati e sempre saremo. Questa non è un'esperienza ma è realizzazione immediata di ciò che sperimenta e rende possibile ogni esperienza, non è un concetto ma è realizzazione diretta di ciò che sperimenta e rende possibili tutti i concetti. 
Realizzazione non è infatti contemplazione filosofico-concettuale, nè esperienza mistica, nè viaggio astrale in presunti piani superiori. Queste sono esperienze divertenti che spesso tuttavia possono diventare nuove cause di identificazione, confusione ed ignoranza. 
Realizzazione è semplicemente presa di coscienza profonda, totale, incrollabile, della Realtà non-nata che soggiace a tutte le esperienze, a tutti i concetti. Questo è risveglio all'Incondizionato che non significa la fine dei condizionamenti della mente, la cui natura, appunto, è proprio quella di essere condizionata. Noi non siamo la mente. La mente appare in noi come ogni altra cosa manifesta: corpo, dottrine, galassie, teologie, creatori vari, sogni, angeli, ufo, ecc. Tutto questo va e viene ma ciò che siamo realmente resta, testimone silenzioso di tutto questo spettacolo evanescente. 
Risveglio è fine della ricerca perchè è dissolvimento dell'identificazione con il presunto cercatore di qualcosa che crede perduta. Ma la non-cosa che viene cercata è la Realtà sempre presente in cui cercatore e ricerca appaiono. 
Risveglio è anche realizzazione del non-nato e dunque fine della paura della morte, dell'identificazione con un corpo-mente la cui natura è quella di nascere per poi scomporsi negli elementi che un giorno lo costituirono. Una scomposizione che erroneamente viene chiamata "morte" mentre è semplice trasformazione di energia. 
Disidentificazione non significa che il corpo-mente con tutti suoi meccanismi si vaporizzi o cessi di funzionare. E' piuttosto un ritorno al suo più naturale e spontaneo funzionamento, non più intralciato dalla disturbante credenza di essere qualcuno in particolare che compie qualcosa, una credenza astratta che lo perturba con dilanianti conflitti, rigidità, paure e incertezze. Non c'è più qualcuno che vive ma un vivere impersonale, un fluido funzionamento testimoniato dalla silenziosa Realtà Consapevole che siamo. Questo è il Risveglio, questa è realizzazione del Non-Nato e del Non-Agente, riportati alla loro naturale semplicità. Semplice tuttavia non è sinonimo di "facile".

Questione di vita o di morte

ricordarecheloweb8Devo ammettere che di fronte alle salme e riti funebri di parenti e conoscenti vari ho sempre avuto la netta sensazione che qualcosa davvero non tornasse dietro all'idea comune della morte. Mi sono sentito sempre poco confortevole di fronte a tutti i pianti, condoglianze, frasi fatte di cordoglio, omaggi alla salma, ecc. Sembra che ai funerali tutti recitino una improbabile parte in un teatrino dell'assurdo spesso più comico che tragico. 

Poi più avanti ho compreso che la morte è un'enorme bufala. Non esiste alcuna morte. Neanche per il corpo fisico e i corpi sottili. Tutti questi semplicemente si scompongono nei loro elementi essenziali ed essi a loro volta si ricompongono in nuovi corpi. La "morte" di un corpo è dunque l'inizio della vita di mille altri corpi. Sarebbe più corretto dire che esiste solo un'unica Vita impersonale in perenne ed inarrestabile trasformazione. Nulla si crea, nulla si distrugge nella materia-energia. Generazione, sostegno e dissoluzione sono espressione di un'unica Sostanza Cosciente. Questo è ottimamente rappresentato nella tradizione indiana dalla triade simbolica Brahma, Shiva e Vishnu che sono forze in atto del Brahman Nirguna: Pura Coscienza Potenziale, Immanifesta, il Sè, l'Indicibile che siamo. 

Tuttavia, identificati con un corpo, siamo indotti a pensare che la sua scomposizione corrisponda alla fine della "nostra" vita. Mentre non finisce un bel niente. Quindi non esiste morte neanche dal punto di vista "materiale" come molti materialisti affermano. 

La realizzazione della nostra vera natura, Impersonale, Non-Nata, è comunque un salto successivo. E' realizzare che non siamo tutto ciò che si trasforma ma quell'Indicibile, eternamente presente, in cui questo divenire accade. Siamo il non-manifesto che testimonia e permea il manifesto. Siamo il Vuoto Consapevole che sostanzia e rende possibile ogni forma come l'acqua rende possibile l'onda come l'intero oceano. L'acqua può essere oceano ma non è "solo" oceano. Può essere onda ma non è "solo" onda. Le onde vanno e vengono, appaiono e scompaiono: per l'onda concetti come nascita e morte possono assumere un qualche significato. Ma per l'acqua?